“Radici di carta, frutti digitali”[1]. Nomen omen, un nome un destino quello del libro. Il liber, la sezione dell’albero più interna, usata per immortalare pensieri, ricordi, storia. L’esigenza di trascrivere su un supporto la propria storia, i propri sentimenti o le proprie credenze è sempre stata una necessità insita nell’individuo fin dalle più antiche civiltà. L’atto del tramandare – mandare oltre, ridare alla memoria in aeternum – soddisfa un’esigenza primordiale, un escamotage per sconfiggere la morte e sopravvivere così nelle trame dei racconti delle generazioni future. Dopo il papiro, la seta, il bambù, le pelli di animali e la pasta di stracci, solo grazie al processo di sfibratura del legno si trovò la soluzione per fabbricare carta utilizzando una materia prima economica e nel 1884 Friedrich Keller riuscì ad ottenere la carta di una miscela contenente il 60% di segatura[2]. Chi l’avrebbe mai detto che le pagine dei libri moderni finissero per essere fogli di carta prodotta dalla lavorazione del legno!
RIVOLUZIONE GUTENBERG
Ma la stampa a caratteri mobili era stata già creata dall’orafo tedesco Gutenberg quattro secoli prima. Il libro ha attraversato decenni della nostra evoluzione senza perdere il suo fascino, senza che esso fosse stato mai ritenuto pleonastico da dover dunque essere soppiantato da qualcos’altro. È pur vero che nella storia è stato maltrattato, dismesso e bruciato, ma non perché fosse inutile, no! Perché incuteva paura. Lo sa bene Ray Bradbury scrittore di Fahreneit 451, in cui la società dispotica da lui descritta considera un reato leggere o possedere libri e per questo istituisce un apposito corpo di vigili del fuoco incaricato di bruciare ogni tipo di volume in circolazione. Ecco! Il libro possedeva (e possiede) un potere “metafisico”, travolgente, un’autorevolezza eterea che può essere solo materialmente distrutta ma non domata. C’è forse un’altra premonizione nel fatto che il primo libro stampato in Europa con la tecnica dei caratteri mobili fosse proprio il libro sacro per eccellenza? La stampa della “Bibbia a quarantadue linee” diede il via allo sviluppo di una nuova forma mentis veicolo della Riforma protestante, dell’Illuminismo, dell’industrializzazione, dell’alfabetizzazione e dell’istruzione universale, ma rappresentò anche la tecnologia dell’individualismo, del nazionalismo e dell’omogeneizzazione. L’invenzione diede vita a quella che fu poi definita “cultura alfabetica”, in cui tutta l’esperienza si riduce a un solo senso: la vista. Comunicando attraverso il senso della vista, si tende ad esercitare maggiormente la propria singolarità e razionalità. Alla base del pensiero del sociologo canadese Marshall McLuhan, troviamo un accentuato determinismo tecnologico, cioè l’idea che in una società la struttura mentale delle persone e la cultura siano influenzate dal tipo di tecnologia di cui tale società dispone. Medium is the message[3], fu il suo motto, secondo cui bisognava studiare i media non tanto in base ai contenuti che sono predisposti a veicolare ma in base ai criteri strutturali con cui organizzano la comunicazione. È bene però sottolineare che, secondo lo studioso, medium è tutto ciò da cui si origina un cambiamento; esso rappresenta un’estensione e un potenziamento delle facoltà umane.
LIBRI: OGGETTO DI DESIDERIO, AMORE E ODIO
I libri possono essere bruciati, ma la lettura ha la virtù di infiammarci, di accendere le nostre emozioni e scaldare le nostre passioni. Quando apriamo un libro lo facciamo per entrarci dentro. Un libro ha delle pagine numerate e ordinate, e così suggerisce una progressione al suo interno, ma ci possono essere anche dei rimandi, una bibliografia, degli approfondimenti che ci permettono di seguire una strada che ci è stata suggerita, sovrapponendoci i nostri percorsi di senso, condividendo la strada con altri. Leggere è abitare un libro, vivere stando dentro una storia, dentro un ragionamento o una serie di scoperte. Una fuga dalla realtà, da tutto ciò che è quotidianità. E poi il libro si chiude; leggere è “entrare” tanto quanto è “uscire”. La lettura è un universo protetto, un viaggio dentro un altro mondo che facciamo nell’attimo in cui ne sentiamo il bisogno. Il libro si bagna delle nostre lacrime e ciò di cui leggiamo cambia ai nostri occhi, e noi stessi abbiamo un’opportunità di cambiamento, così la lettura cambia il modo in cui guardiamo al mondo. I frontespizi, i margini, i risguardi dei libri che scegliamo (o sono loro a scegliere noi?) ci lasciano la possibilità di scrivere e prendere appunti, ci donano un “bianco funzionale” dove possiamo ritrovare il nostro “sé”, il dialogo interiore che la lettura ci obbliga a mettere in atto. Si può sottolineare, si possono fare delle pieghe – le cosiddette “orecchie” – per tenere il segno, si può scrivere il proprio nome o fare una dedica; in pratica si interagisce con il libro, con il suo ordine interno per potervi sovrapporre il nostro, le nostre urgenze, i nostri tempi di lettura, le cose che sono per noi importanti. La lettura è il senso che emerge dalla collaborazione tra lettore e testo, in fondo, leggere è sempre dare un senso, non solo acquisirlo. Ci appropriamo del libro così come lui si appropria di noi, diventa l’abito che portiamo fuori, mostra ad altri qualcosa di noi, permette di conoscersi e riconoscersi. Di sicuro il libro è un prodotto creativo, capace di segnare una collettività e di esprimere valore identitario, di natura sociale e organizzativa; può diventare un prodotto simbolico in grado di creare una élitè e di distinguerla da altri gruppi sociali o può semplicemente ridursi a una moda di passaggio che influenza il gusto e il modo di pensare delle persone per brevi periodi di tempo. Esso presenta anche alcune caratteristiche tipiche dei beni pubblici in particolare per quanto riguarda la non escludibilità, nel senso che la lettura di un libro da parte di una persona non ne esclude il consumo da parte di altri; e rappresenta anche un bene esperenziale, nel senso che la sua qualità e il suo gradimento possono essere valutati solo dopo la lettura.
Il valore creato dal libro è di natura economica e non economica, convivono in esso aziende di cultura e aziende che producono e distribuiscono prodotti di intrattenimento o di servizio destinate ad essere consumate e dimenticate. Dal punto di vista economico il libro è un bene di consumo il cui valore economico si collega alla capacità degli operatori della filiera editoriale di realizzare e distribuire prodotti di qualità a un prezzo adeguato. Per ridurre la complessità e il rischio del processo di acquisto oggigiorno le aziende usano differenti metodi, tra cui quello dello storytelling aziendale, una forma di narrazione evoluta che si diffonde attraverso più canali, media e social networks. L’arte di raccontare storie, nata insieme all’uomo, entra a far parte della strategia di promozione del libro, che in fondo finisce per raccontare almeno due storie: quella contenuta fra le sue pagine e il cosiddetto making of, la storia che racconta e anticipa l’arrivo del libro stesso. In particolare, grazie ai social networks che oggi integrano e amplificano il classico passaparola tra amici, il libro si è trasformato in una narrazione dove i confini tra autori, editor, editori e lettori sfumano e si fondono tra loro.
LIBRO: INTERFACCIA COL MONDO
Il libro come supporto fisico svolge, inoltre, una funzione di mediazione tra noi e il mondo, può dunque essere considerato un’interfaccia: fino a pochi decenni fa il solo dispositivo fisico per la lettura, il medium per questa complessa attività umana. Ma nell’era della massima accelerazione tecnologica e della disseminazione delle nozioni on demand, il supporto cartaceo – ideale per una lettura sequenziale – rappresenta un tipo di prodotto chiuso, in cui ogni riferimento ad altri contenuti, che possono essere utili o affascinanti per il lettore, conduce fuori dal libro stesso, e in cui i contenuti propri sono definiti sotto la responsabilità dell’autore e dell’editore. Il libro, come strumento di trasmissione della conoscenza, data la sua struttura <<di contenuto autorale sviluppato in modo diacronico, articolato in stringhe di parole concatenate per uno sviluppo di molte pagine, scritto secondo regole grammaticali e sintattiche più o meno rigide a seconda delle lingue utilizzate[4]>>, entra così in crisi; <<questo oggetto mentale sembra ormai del tutto anacronistico, non solo rispetto alle potenzialità dell’internet, ma anche rispetto ai bisogni reali di una umanità che deve imparare a nuotare nella conoscenza senza dover affogare per mancanza di approdi legati ai suoi bisogni reali[5]>>. Motivo per cui il libro ha dovuto affrontare innumerevoli sfide, sottoponendosi a continue metamorfosi. Proprio come il bruco diventa farfalla, così il libro sveste il suo abito cartaceo per assumere nuove forme digitali e multimediali definite dalla continua evoluzione tecnologica.
IL LIBRO VIRTUALE
Nel 1996, il magnate di Microsoft, Bill Gates, scrisse un articolo dal titolo Content is king[6] in cui sostenne che chiunque avesse avuto un computer o una connessione di rete sarebbe stato in grado di pubblicare dei contenuti. Così tutto diventa contenuto: il prodotto, il servizio, l’assistenza, il processo di lavorazione e il dietro le quinte. Il libro non è contenitore, non è solo media, ma è il contenuto stesso. Il libro diventa testo, anzi contenuto liquido, un insieme fluido e malleabile di porzioni di contenuto da utilizzare in modo diverso, adattandole a differenti formati e contesti[7]. La separazione del contenuto dalla carta come suo supporto tradizionale ha creato la nascita dell’editoria digitale, che trova nell’e-book e nelle app la sua massima forma di espressione. I nuovi supporti per la lettura degli e-book comprendono device fissi multifunzione non concepiti più per la finalità unica della lettura, device mobili multitasking e device mobili dedicati tra cui il più famoso è l’e-reader Kindle. Stiamo vivendo quella che Gino Roncaglia chiama la “quarta rivoluzione”[8]: dopo l’avvento del codex, dopo il passaggio dal codex al volumen, e dal volumen alla stampa a caratteri mobili, stiamo assistendo a una rivoluzione che ci ha fornito dispositivi elettronici di lettura sempre più innovativi. L’editoria elettronica vide la luce tra gli anni Ottanta e Novanta del ‘900, con la nascita della fotocomposizione e l’emergere dei primi softwares di desktop publishing, anche se l’uso del piombo fuso sopravvisse ancora per qualche anno, nonostante il linotipista si ammalasse spesso di saturnismo[9], a volte fino a morirne. Dal 1985 con il primo Apple Macintosh dotato di PageMaker – un software di desktop publishing con sistema WYSIWYG6 – e con l’introduzione, a partire dal 1990, delle prime stampanti da tavolo, iniziò la pratica della stampa “fai da te”. L’evoluzione tecnologica ha portato anche una profonda spaccatura dei rapporti tra autore-editore-lettore e del significato stesso di questi ruoli. Molti autori oggigiorno possono così ricorrere all’autocomposizione delle proprie opere, e ci sono piccoli editori che richiedono agli autori di presentare il testo già impaginato. La portabilità e la possibilità che ciò che venga stampato dall’editore sia il testo esattamente come proposto dall’autore vengono garantite dal formato PDF (Portable Document Format). Il “nuovo Autore” del futuro sarà dunque una sorta di “Lettore evoluto”, capace di mettere a punto una “antologia di contenuti” costruita istantaneamente a misura del proprio bisogno o del proprio gusto, senza dover intessere legami profondi con la “moderna” figura dell’editore – distinta da quella del tipografo e/o del libraio – motivata dalla sua capacità di ottenere profitto dalla produzione e commercializzazione sul mercato dei libri degli autori selezionati e legati contrattualmente al proprio catalogo. È il fenomeno che va sotto la voce di eliminazione degli intermediari: quando le conoscenze possono fluire, senza intralci, tra una fonte e il suo pubblico potenziale o tra l’origine di una ricerca e la sua informazione-bersaglio[10].
LIBRO: FUTURO UN PO’ DISTOPICO
Nel 1980, The Third Wave di Alvin Toffler delineò in anticipo i tratti della rivoluzione tecnologica in arrivo, lanciando l’idea del prosumer [11]. Un consumatore-produttore che anela a una Cultura diffusa, sapendo <<navigare nell’immenso mare di Internet senza affogare nella tempesta dei troppi dati. Anzi, sapendo costruire scialuppe da abbandonare appena raggiunta la spiaggia e prima di inerpicarsi magari sulla montagna di un sapere specialistico o di approfondimento che richiede piccozza e scarponi ferrati>>[12].
LEGENDA E BIBLIOGRAFIA
[1] Guaraldi M., Radici di carta, frutti digitali, Guaraldi Editore, Rimini, 2012.
[2] http://montanari.racine.ra.it/iper_agenda21/carta/storia.htm
[3] McLuhan M., Gli strumenti del comunicare,Il Saggiatore, Milano, 1967.
[4]cit, https://www.guaraldi.it/editor/files/file/Guaraldi_Da%20editore%20a%20banchiere%20della%20conoscenza.pdf, pp. 23-25
[5]Ibidem
[6] http://webcrew.it/content-is-king/
[7] Dubini P., Voltare pagina? Le trasformazioni del libro e dell’editoria, Edimatica, Milano, 2013
[8] Roncaglia G., La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Laterza, Roma-Bari, 2010.
[9] Grave malattia dovuta all’esposizione professionale o accidentale al piombo. Il nome deriva da Saturno, dio romano associato dagli alchimisti a questo elemento.
[10] http://magna-carta.it/articolo/assetti-della-comunicazione-la-rivoluzione-digitale/
[11] https://medium.com/brixenlabs/toffler-e-la-teoria-del-prosumer-b1e43564f9
[12]cit., https://www.guaraldi.it/editor/files/file/Guaraldi_Da%20editore%20a%20banchiere%20della%20conoscenza.pdf, p.27
Cristina Del Galdo