“L’acqua del mare corrode le navi a una velocità impressionante. (…)
Questo non riguarda le navi delle megacompagnie. Non è un caso che siano così bianche e pulite, poiché è evidente che devono rappresentare il trionfo calvinista del capitale e dell’industria sulla forza corrosiva del mare. La Nadir sembrava avere un intero battaglione di instancabili ragazzi del terzo mondo che giravano per la nave in tuta blu navy alla ricerca del minimo indizio di decadenza.” David Foster Wallace in “Una cosa divertente che non farò mai più” ci consegna uno spaccato umoristico e allo stesso tempo crudo del modo di interpretare il divertimento e il relax degli americani negli anni Novanta (ma perché no, ancor oggi!) mettendone in risalto gli aspetti peculiari e in un certo senso patologici. Humor e implacabile realismo sono gli ingredienti alla base del saggio di Wallace, che racconta una settimana a bordo della Nadir, una nave di proprietà della Celebrity Crociere; allo scrittore era stato commissionato dalla rivista Harper’s un reportage sull’esperienza delle crociere di lusso.
Sulla nave c’è tutto: il ristorante a cinque stelle, la discoteca, il casinò, la spa, le piscine, i tavoli da ping pong, le piste per il tiro al piattello e nonostante questi ingombranti e voluminosi ritrovi, per l’autore, resta spazio per la disperazione. “(…) a bordo della Nadir – soprattutto la notte, quando il divertimento organizzato, le rassicurazioni e il rumore dell’allegria cessavano – io mi sentivo disperato. (…) Forse si avvicina a quello che la gente chiama terrore o angoscia. Ma non è neanche questo. È più come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte. E viene voglia di buttarsi giù dalla nave.”
Tuttavia a turbare Wallace non sono solo l’ostentata ricerca di una perfezione irreale, il lusso, l’abnegazione che cela un sentimento di comprensibile antipatia da parte del personale, il divertimento sfrenato rincorso a ritmi anfetaminici, a tutto questo decide di aggiungersi un articolo di Frank Conroy pubblicato sulla brochure della Celebrity 7NC.
Il celebre scrittore e professore di scrittura creativa nell’Iowa, Conroy appunto, ha raccontato la sua esperienza della crociera in un articolo apparso sulla sopracitata brochure, descrivendo le sue sensazioni, il fatto che una volta salito a bordo i due mesi d’intenso lavoro da cui era reduce gli sembravano solo un vago ricordo, che per tutta la settimana non aveva dovuto far nulla che richiedesse alcun tipo di sforzo mentale o fisico, non aveva lesinato sugli aggettivi positivi: “Sole abbagliante, aria tiepida e ferma, il verde-blu brillante dei Caraibi sotto l’immensa volta di lapislazzuli del cielo…”.
A turbare Wallace non è il fatto di non condividere l’opinione di Conroy sulla crociera, ovviamente. Wallace contatta Conroy che risponde molto sinceramente alle sue domande sulla faccenda e quello che emerge pone una questione interessante e di grande attualità. Frank Conroy scrive queste parole sulla crociera dietro compenso («Ho fatto una marchetta»), tuttavia questo nell’articolo non è segnalato in alcun modo. Non ci sono scritte del tipo “messaggio promozionale”. Le pagine di Conroy vengono presentate dalla Celebrity come un vero e proprio articolo e non come una pubblicità. E dov’è esattamente il problema? Il problema è una questione di DNA e della finalità che da esso deriva e, ultimo, dall’approccio con cui le persone vi si rapportano. Andando più sul pratico: un articolo è uno scritto di una rivista, di un giornale, che affronti un determinato argomento, mentre la pubblicità è “Divulgazione, diffusione tra il pubblico. In particolare l’insieme di tutti i mezzi e modi usati allo scopo di segnalare l’esistenza e far conoscere le caratteristiche di prodotti, servizi, prestazioni di vario genere predisponendo i messaggi ritenuti più idonei per il tipo di mercato verso cui sono indirizzati”.
Perché è quindi profondamente scorretto quello che la Celebrity fa con le pagine di Conroy? Perché viene da sé che un lettore tenda a rapportarsi con un articolo con un livello di fiducia abbastanza alto: un articolo non sta cercando di vendere qualcosa, di offrire un servizio, o cose simili. Ben diverso è l’atteggiamento mentale dell’utente che si affaccia a un messaggio pubblicitario: può apprezzarne la bellezza, se è ben fatto, ma sa bene che serve gli interessi economici di chi lo sovvenziona. Chi si affaccia a una pubblicità è vigile e prudente.
La Celebririty camuffa il messaggio promozionale di Conroy in “arte”, facendolo passare per un articolo, e in questo modo chi vi s’imbatte ha le difese basse, tende a dargli un credito maggiore. E questo è un comportamento privo di onestà che produce confusione e sfiducia nei confronti della comunicazione.
Prometeo inganna Zeus ponendo ossa e frattaglie sotto un invitante strato di grasso e preservando la carne del bue sotto un poco appetibile manto di pelle dell’animale. Lo fa per avvantaggiare gli uomini, per lasciare loro il prezioso bottino, per non sacrificarlo al Dio. Il Re dell’Olimpo cade nel tranello, ma una volta scopertolo si adira a tal punto che da quel momento in poi rende gli uomini mortali e toglie loro il fuoco.
La mitologia ci insegna che ci sono inganni che si pagano salatamente, per fortuna fuori dal mito siamo meno draconiani, tuttavia non mancano leggi e norme che regolano pratiche di questo tipo. Ad esempio, in ambito europeo, il decreto del 1992, secondo cui la pubblicità ingannevole si definisce come “Qualsiasi pubblicità che in qualunque modo, compresa la sua presentazione, induca in errore le persone fisiche o giuridiche alle quali è rivolta”.
In Italia gli articoli promozionali, detti “redazionali”, che sono pubblicità redatte con taglio giornalistico, devono chiaramente palesare la loro natura commerciale nella grafica; l’organo istituzionale preposto a sorvegliare sugli illeciti è l’Ordine dei Giornalisti.
Aspettiamo chiarimenti in merito dalla Celebrity e, nel frattempo, dissuasi dal reportage di David Foster Wallace, prenotiamo una vacanza che non sia una crociera!
Rosa Marci