Il kintsugi è quella tecnica giapponese che consiste nel riparare con l’oro gli oggetti in ceramica che presentano delle fratture.
È così che ci piace immaginare le persone che hanno sconfitto l’anginofobia, attraversate da splendide venature d’oro, impreziosite da quella che un tempo è stata una loro fragilità e che può essere diventata una lente attraverso cui osservare il mondo con maggiore profondità e saggezza. L’anginofobia altro non è che la paura irrazionale di morire soffocati per colpa di qualcosa che potrebbe andare di traverso: cibo, pillole e nei casi più estremi anche liquidi e la saliva stessa. È facile confondere questa sintomatologia con la disfagia o con la iper-riflessia faringea, ma si tratta di disturbi completamente diversi.
All’origine di questa fobia si cela spesso una situazione di forte stress, che può essere collegato alle relazioni affettive, o al lavoro, o più in generale alla vita, che può spingere la persona a porre tutto sotto un controllo stringente, compreso il cibo. Avviene, quindi, che una cosa spontanea come mangiare diventi qualcosa di volontario, privo di spontaneità e naturalezza. Un’altra matrice dell’anginofobia può essere di natura traumatica: la persona può aver vissuto direttamente un’esperienza di rischiato soffocamento o aver assistito a qualcuno a cui è andato di traverso del cibo e questo può aver generato una frattura temporale tra un prima ed un dopo.
Nella persona affetta da anginofobia il pasto si trasforma da momento piacevole e occasione di socialità in un vissuto di puro sgomento al pensiero di ciò che potrebbe accadere in seguito alla deglutizione. L’avvicinarsi dei pasti viene vissuto con una forte componente d’ansia che, al momento del pasto può evolvere in veri e propri attacchi di panico. A questo punto la tentata soluzione che la persona mette in atto per scongiurare il pericolo che qualcosa gli vada di traverso è la selezione e l’evitamento progressivo di alcuni cibi percepiti come pericolosi, solitamente la carne, il prosciutto, la mozzarella, ma possono essere molti altri. La reazione di evitamento è piuttosto pericolosa perché segue un iter psicologico preciso che sembra “consolare” il fobico, ma allo stesso tempo lo confina in una gabbia sempre più piccola. La reazione di evitamento infatti nasce dalla convinzione disfunzionale del fobico rispetto alla pericolosità attribuita a uno o più alimenti. Stabilitane la pericolosità evita di ingerirli ed evitandoli va a rafforzare la sua convinzione disfunzionale. In questo modo, evitando i cibi, la persona affetta da anginofobia, finisce col restringere sempre di più la sua alimentazione. A questo punto si può profilare la seconda tentata soluzione: pur di alimentarsi, infatti, chi è affetto da questo disturbo può ricorrere a una precauzione estrema, quella di frullare o omogenizzare i cibi. Avviene una sorta di regressione all’età dello svezzamento.
Si tratta di un quadro fobico fortemente invalidante dal punto di vista sociale.
Colpisce anche un altro aspetto legato all’anginofobia: facendo ricerche su internet non si trovano film o serie tv che ne parlino. Si trattano argomenti quali l’ansia, la paura di costruire relazioni, l’introversione, l’ansia sociale, la paura dell’invecchiamento, il disturbo ossessivo-compulsivo, la paura di parlare in pubblico, la depressione, la paranoia, i disturbi post-traumatici da stress, ma l’anginofobia rimane esclusa. Trovo colpevole una società che relega nell’anonimato una condizione di sofferenza acuta e prendo in prestito i versi di John Donne, “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. (…) E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te.” Una società inclusiva non può e non dev’essere impermeabile a determinate tematiche, dovrebbe aprirsi con curiosità e senso di responsabilità a scenari come l’anginofobia.
Dall’anginofobia si può uscire attraverso percorsi psicologici o psichiatrici, a seconda dei casi.

Rosa Marci